C'è stato un tempo che sembra molto lontano, e invece in realtà lo è ancora di più, in cui tutti noi rockettari, musicisti e non, "volevamo essere gli U2". Preceduto come da copione dal solito singolo "botta in 4/4" che dal 1997 deve per contratto aprire ogni loro disco, nelle più svariate e inimmaginabili versioni (dalla techno pompata di Discothèque all'epica magniloquente di Beautiful day al famigerato "unos dos tres...quatorze" che introduce Vertigo) è (finalmente?) uscito "No line on the horizon", il loro nuovo album. Ho deciso di ascoltarlo per intero, e di dargli l'ennesima "seconda possibilità" che non si nega a nessuno a questo mondo, ma nel loro caso sono ormai passati 15 anni, e ormai di "altre chance" ho perso il conto. Ebbene, i sinistri presagi del cosiddetto "apripista" hanno trovato conferma nel resto del disco, anche se molti mi accuseranno di pregiudizi che influiscono in maniera determinante sull'ascolto musicale. Il punto è che stavolta non posso parlare di "delusione", ma di "rassegnazione lucida e disincantata". La sorpresa positiva sarebbe stata l'eccezione, la regola è la certezza che questi quattro nemmeno anziani signori irlandesi non sono più in grado di produrre "composizioni" interessanti. Stavolta però, se non altro, hanno smesso di cercare di mascherare con artifici, orpelli e arrangiamenti "sperimentali" questo fatto compiuto. Sono stati più onesti con se stessi e col pubblico, insomma. Apprezzo lo sforzo, e vorrei perciò ripagarli con egual moneta.
Dunque, altrettanto onestamente, non capisco perchè tutta la critica "più o meno specializzata" stia esaltando l'album a dismisura, mentre ha stroncato senza pietà WOAD (vedi post precedente). Ok, ammettiamo pure che io sia imparziale, fazioso e col paraocchi, e che nella realtà pure Bruce vada stroncato. Ma lo meriterebbe anche l'ultimo degli U2, che invece viene incensato un pò da tutti. Starò invecchiando anch'io, che volete farci, è un processo naturale inevitabile, ma io tutto 'sto capolavoro e fantomatico presunto "ritorno agli inizi" non ce lo sento proprio, ma neanche un pò. Ma hanno deciso tutti quanti insieme che sia un bel disco, e allora DEVE essere un bel disco, manco fosse una profezia che si autoavvera. E intanto il meccanismo si autoalimenta... Qualunque cosa faranno da qui all'eternità, i loro capolavori (vedi elenco "i miei dischi preferiti" alla voce U2) resteranno sempre, oltre a Joshua Tree, Unforgettable fire e i primissimi due, Boy e October. Del secondo tragico periodo, salvo appena un pò Zooropa (gli scarti di Achtung baby, in pratica) poi il disastro. E in quanto a Pop, ebbene sì, quel "coso" del 1997 che in un colpo solo riuscì a insultare il genere musicale e il movimento artistico (entrambi tra i più importanti della storia) da cui prende il titolo, vorrei che non fosse mai stato fatto. Ma non solo da loro, intendo in assoluto, da qualsiasi gruppo o artista al mondo. E' il disco (?!) che mi ha creato un'avversione nei loro confronti che mi dura tuttora (e dire che li ho amati così tanto!)... Qualcuno si chiede anche perchè non hanno mai pubblicato un live dopo lo storico dell'83 "Under a blood red sky" che pose la prima base del loro monumento, l'inizio del processo "da zero a mito in pochi anni". La risposta è la più semplice: perchè dal vivo "non ne hanno più" da quel dì. Soprattutto Bono vocalmente "gnaafà", se non ci fosse il caro Edge (molto meno "sfiatato" di lui) a sorreggerlo ai cori. Ormai sembrano una delle innumerevoli tribute band a loro dedicate, e temo di offenderne molte.
E' vero che il confronto diretto, "in contemporanea", con l'ultimo di Chris Cornell in versione danzereccia tra Timbaland e Timberlake (!) rischia seriamente di far apparire il nuovo U2 un'opera d'arte, ma qui si tratta di sparare sulla croce rossa. Sono ancora sconvolto, il "Cornello" ha fatto 'na roba che qualsiasi radio "seria" si rifiuterebbe di trasmettere se non fosse uscito a firma di una delle migliori voci della storia, ma qui anch'essa "maltrattata" da una iperproduzione con tanto di cori, filtri, echi e sovrapposizioni post-moderne. Non nominiamo il nome dei Soundgarden invano, qui ha raggiunto l'obiettivo francamente impensabile di far rimpiangere addirittura gli Audioslave, per non parlare dei suoi precedenti lavori solisti... E questo sarebbe il "pop" del nuovo millennio? Quando penso al genere "Pop" come lo intendo io mi viene in mente sicuramente qualcosa di molto più simile a Magic o Woad (sicuramente superiore come qualità, beninteso, sto parlando di stile) che non all'omonimo disco dei 4 di Dublino. Per dire, il loro album successivo del 2000, dal titolo kilometrico, per scarso che sia, è per me già meno peggio. Solo che da allora son 10 anni ormai (e 3 dischi) che non faccio altro che leggere in ogni dove di 'sto benedetto "ritorno alle origini"... Maddeché, ahò! (cit. Corrado Guzzanti)
Gli U2 per me (e per molte altre persone, credo) significheranno per sempre un luogo e una data speciali: Modena, 29 Maggio 1987, "The Joshua Tree" Tour... 10 giorni dopo avrei compiuto 11 anni, ma vista la mia beata martellante insistenza fanciullesca mio cugino mi fece entrare (e subito dopo uscire!) allo stadio Braglia. Il mio primo concerto in uno stadio, dove prima ero stato solo a vedere qualche partita del Modena. Non ricordo neanche che canzone suonassero in quel momento (più che comprensibile...), ma il ricordo indelebile, che mi sta scorrendo adesso davanti agli occhi mentre scrivo, è di una "sensazione collettiva", irreale e spirituale, quasi una messa rock necessaria per scuotere quegli anni passati alla storia come così "pop" e così poco "rock". Finalmente quelli che erano un culto per pochi, grazie all'inatteso ma strameritato "exploit" universale dell'Albero di Giosuè diventavano improvvisamente "di tutti", come accadde al Boss 3 anni prima (Born in the USA), e come accadrà ai REM 4 anni dopo (Out of time). In tutti e 3 i casi un album baciato dalla fortuna e dalla felicità fa da spartiacque di un'intera carriera divisa in "prima" e "dopo", da fenomeno di culto a miti mondiali, segnando però la conseguente fine della miglior vena artistica, patrimonio esclusivo degli "anni di povertà" e di rincorsa al successo. Con il solito inevitabile disagio e conflitto dei fans "della prima ora", contenti e orgogliosi di aver avuto ragione e "visto giusto" prima degli altri, di avere "indovinato" la "scelta". Ma senza gioia o piacere, perchè costretti a condividere i loro idoli con masse di "parvenu" superficiali che, per giunta, magari li sfottevano pure fino al mese prima. Mentre adesso riuscivano persino a chiedere sorpresi "domande" del tipo: "Ma che bravi! Ma ne hanno fatte altre di belle canzoni oltre a X (di solito il singolo più venduto, trasmesso e inflazionato, per intenderci la Dancing in the dark, With or without you o Losing my religion di turno)?!?", insomma, un inno del qualunquismo musicale allo stato puro. La solita, vecchia, eterna storia dei "nuovi arrivati" e dei "pionieri scopritori" gelosi che si sentono violati e privati di qualcosa che considerano a tutti gli effetti "proprio", fino ad avvertire l'irrazionale (finchè si vuole, ma fino a un certo punto!) senso fisico di essere derubati in uno degli affetti più cari. E in più, come se tutto ciò non bastasse, ricordo benissimo gli amici di mio cugino, ragazzi dai 16 ai 23 anni, (auto)ironizzare sul paradosso di essere tutti orgogliosamente emiliani, modenesi doc, e in quanto tali comunisti (ricordo i distratti che era il 1987!), quindi atei e antiamericani nel profondo, e al tempo stesso fans di 4 irlandesi cattolicissimi (o almeno dicevano di esserlo...) e di un "Americano" per eccellenza che sembrava Rambo con la chitarra al posto del mitra...
Al primissimo ascolto ho avuto una strana sensazione, non di "bello" ma di "vicino a Born to run", che sotto certi aspetti significa molto di più, ed è un complimento anche migliore, più definito e suggestivo: quello iniziava e questo finisce nel miglior modo possibile, come la chiusura di un discorso aperto nel 1975. Mi accorgo poi che ha deluso chi si aspettava tanto, e dai tempi di Devils and Dust voleva un disco Rock (perchè, quello cos'era? non certo il Folk di Tom Joad, ma un altro moderno Nebraska direi, Rock asciugato all'estrema nuda essenza, ma pur sempre Rock, come vorrei proponesse in una tournèe un giorno); mentre io sottoscrivo il grande Blue Bottazzi "Mi aspettavo una delusione, invece questo vecchio Boss mi ha convinto subito..."
Da springsteeniano sostengo da anni che uno dei suoi segreti è la voce: "he got the voice", anche quando la musica non funziona e non ci "arriva" come dovrebbe, è la voce quella a cui affidarsi a occhi chiusi. (Mi meraviglio sempre di come nelle solite classifiche delle più grandi voci della storia del rock non sia mai presente il suo nome... Chiusa parentesi) Gli arrangiamenti non sono "a fuoco" per tutti i brani (naturale per un album di 14 pezzi, era meno frequente "una volta" quando erano 8, al massimo 10), ma colpiscono proprio per la voglia di rinnovarsi, ed è tutto quello che si può chiedere a un "ragazzo" di 60 anni in giro da quasi 40. Nel suo essere "conservatore, sempre uguale a se stesso" come i detrattori gli rinfacciano, in realtà non ha mai fatto un album simile al precedente, ed è un pregio innegabile ed enorme. I pregi allontanano i difetti alla distanza. E le melodie di "The Last Carnival" e "The Wrestler", chitarre acustiche e pianoforte mi hanno fatto decidere "il tour dei miei sogni" che non ha mai fatto (lui, Roy, Gary e Max e magari Stevie, in Unplugged ma questa volta sul serio, non come nel 1992/93 con "quegli altri là"!) e le considero il modo migliore di chiudere un bel "discorso" aperto 34 anni fa.
Il meglio? Kingdom of days, una bellissima stornellata all'aria aperta che fa spuntare il sole anche di notte (ecco forse finalmente una possibile spiegazione alla discutibile, e infatti tanto discussa, immagine di copertina) che fa uscire allo scoperto tutto lo "stornellatore" che è in lui, 30 anni dopo quella versione rn'r della mitica "Il mare" di Sergio Bruni che risponde al nome di Sherry darling. Mi ritrovo a ballare sorridendo nella mia camera, da solo e mi ha rubato l'anima. Appena l'ho ascoltata mi si è attaccata addosso e non mi ha lasciato più, ed ero felice. L'effetto continua con Surprise surprise, in cui molti fanno a gara a trovare il paragone più ridicolo per quella melodia. A me porta alla mente analogie rispettabilissime, da "You got it" del suo Maestro Roy Orbison (playing for the lonely) a "Time" di Tom Waits passando per "My life" di Billy Joel. Invece ho letto e sentito di tutto a riguardo, specie da suoi fans storici e per questo intransigenti. Il Bon Jovi più sdolcinato? Il peggior Ligabue? L'ultimo Vasco? Nek? Tizianoferro? Pupo? Gigidalessio? I Ricchiepoveri? Sarà, ma non farebbe altro che confermare una volta per tutte la sua Grandezza. Solo i Grandi assoluti come lui, e i suoi "ragazzi", sanno far apprezzare armonie che nelle mani (e voci) di chiunque altro risulterebbero mediocri, quando non addirittura ridicole.
La sua voce "cangiante",sempre uguale e sempre diversa, sempre bellissima. A tutti quelli che la vogliono imitare, professionisti o semplici devoti tributanti, consiglio di partire da qui. Perchè ostinarsi in quel pastone di descrizioni improbabili, di sabbia e ghiaia, che lo fanno immaginare sempre come un incrocio tra Joe Cocker, Tom Waits e Pappalardo? Chi non lo conosce, o lo conosce distrattamente o per sentito dire lo crede un anacronistico rauco "ringhioso" fine a se stesso. Ma lui è sempre stato uno, nessuno e centomila, se possibile più camaleontico di un Bowie, e proprio perchè in un modo più coerente e intelleggibile. E così la sua voce, alla faccia di tutti i luoghi comuni, fermatevi ad ascoltarla "veramente", e sentite un pò come esce limpida e pulita, alla faccia di chi la vuole sporca e ruvida. L'unico paragone possibile in questo (sia chiaro, due timbri diversissimi) è con Lucio Battisti: lo sfruttamento magistrale di una voce non educata tradizionalmente, ma "popolare" e al contempo estremamente duttile. Una voce "intelligente". Capace di cambiare ed evolversi nel tempo e persino all'interno dello stesso disco. Uno dei motivi principali eppure meno riconosciuti della sua epopea.
Molti springsteeniani lo attaccano con accuse che mi fanno pensare per motivi opposti ma simili a quelle imputate al Battisti della svolta Panelliana post-Mogol, che dopo un'iniziale perplessità col tempo ho imparato ad amare incondizionatamente. Lucio per i Battistiani di stretta osservanza Mogoliana era diventato "irriconoscibile", troppo "intellettuale", "astruso", "tecnologico", "freddo" e "cerebrale". Al contrario, Bruce si sarebbe "venduto", diventato troppo "commerciale", "banale" e "pop", come se poi quest'ultimo concetto così nobile e vastissimo fosse un'offesa, sinonimo di indecente spazzatura musicale. Cito passaggi di Edmondo Berselli riferiti all'immenso "Maestro Solitario" di Poggio Bustone in un libro del 1994, che potrebbero adattarsi perfettamente a questo Bruce del 2009: "Gli specialisti vanno negli archivi e scrivono automaticamente di raucedine e stupidaggini del genere. E invece, basta saper ascoltare e quella voce, esaltata e perfezionata dalla tecnologia digitale, appare oggi come un prodigio dell'intonazione e della purezza. Ma non solo: è la musica stessa a essere diventata più 'leggera', proprio in termini calviniani. Viene dal nulla, e chissà, forse rimanda al nulla, ma intanto si allestisce sul pentagramma con una specie di fatale, necessaria perfezione".
Le "novità" nel suo stile sono i suoi pezzi più rispettivamente Blues e Country di sempre, dove finora per lui acustico voleva dire folk, o rn'r ridotto all'osso: l'Honky-tonk Blues urlato (va sentito per credere) di Good eye e il Bluegrass-Folk sussurrato di Tomorrow never knows (che preferisco alla storica omonima del 1966 di "quei 4 di Liverpool") riportano tutto a casa, in uno dei mondi possibili (il migliore?) di un autore a suo agio in tutte le strade praticabili dell'Americana, nei suoi due grandi filoni tradizionali. Peccato per la loro durata troppo breve (poco più di 3 e 2 minuti a testa). La ESB mostra qui di essere all'altezza della SSB se non di più, pronta per un nuovo capitolo della sua leggenda spaccacuori, e perchè no? - per un nuovo album-tributo. A Johnny, o a Bobby "Zimmie", stavolta. O magari al puro Blues, genere da lui mai praticato in 36 anni di onoratissima e straordinaria carriera, se non per la Reason to believe dell'ultimo tour e per Night of the Jersey devil, regalo di Halloween di quest'anno. Mi ha fatto riflettere il commento del grande Mauro Zambellini. "Vero che è un disco lirico e anche romantico ma trovo che musicalmente sia anche molto pop nel senso che gli arrangiamenti prevalgono sulle chitarre, le melodie sulla band e Roy Orbison su Chuck Berry". Tutto giustissimo. Ma da antico fan direi le stesse cose di quasi tutto il Bruce "elettrico", mica solo di questo disco, che comunque è riuscito ancora a sorprendermi, e a piacermi sempre di più a ogni ascolto, l'esatto contrario di quello che ha fatto "Magic". Trovo molto interessante questa sua personalissima interpretazione del canonico "Sixties Pop", in un certo senso già abbozzata nel suo immediato predecessore del 2007, ma qui più accurata, strutturata e approfondita. So già che almeno io lo ascolterò a lungo.
Senza per forza dover partire dalla "simpatica ma presto stancante" Outlaw Pete, iniziale e spiazzante "cavalcata" di 8 minuti e passa che a tutti ha ricordato il pezzo più famoso dei Kiss in veste Morriconiana, e soltanto a me la molto più bella e rappresentativa "Rhiannon" dei Fleetwood Mac (1975) . Vale la pena di citarla solo per sottolineare quanto sia totalmente slegata e avulsa da tutto il resto del disco. Che, ripeto per chi non lo avesse ancora capito o non riesce ad accettarlo, è Pop Music. Come da chissà quanto tempo non mi capitava di ascoltare. Concordo in pieno con la sensazione che questo disco sia in grado di offrire un sacco di spunti, sia agli springsteeniani doc come me, sia a chi non lo è. Un disco che divide molto i suoi tifosi storici, e che ho imparato a difendere ancora di più durante gli attacchi di miei amici, alcuni dei quali avevano invece digerito i per me insopportabili Human Touch e Magic. Mi sono ritrovato a sostenerlo in epici scontri "2 contro 1", con arbitri faziosi e contrari. Mi rendo conto che potrà piacere molto anche a chi non l'ha mai amato del tutto o per niente, come già era stato con Born in the Usa; per molti è una colpa, per me chiaramente no. Anzi "It's growing up on me", dicono gli americani con una di quelle loro bellissime espressioni che non trovano corrispondenza in italiano. E chi meglio di Bruce ha sempre saputo dare il senso del tempo che passa, che se uno vuole invece l'eterna adolescenza, per quello ci sono gli Ac/dc, no? Proprio il tempo ci dirà se questi brani avranno la statura di suoi classici, o se sono serviti "solo" come ennesimo pretesto per un ennesimo epocale tour. Ma come scriveva il mitico Stefano "Ronza" Ronzani (r.i.p.) su un vecchio numero del "Mucchio", "La sua musica c'entra fino a un certo punto, è di lui (e della sua voce, aggiungo io) che ci fidiamo".
Come promesso, ecco il secondo (e ultimo) post dedicato alle uscite discografiche del 2008.
PAOLO CONTE, per me uno dei Giganti della musica non solo italiana del '900, ha fatto il peggior disco della sua carriera, forse l'unico sotto la sufficienza. Testi anacronistici, ormai puro esercizio di stile, melodie prive del consueto fascino, arrangiamenti cervellotici e sconclusionati, pieni di elettronica e sintetizzatori... ma è il caso di andare a infognarsi in certe cose dopo 35 anni di meravigliosa carriera?! Uno scivolone inconcepibile, per il mio musicista italiano preferito di sempre. Appena un pò meglio ha fatto IVANO FOSSATI, ma solo perchè il suo peggiore è il precedente (niente di paragonabile a un tizio di Zocca che da anni con ogni album riesce a battere i propri record negativi). Ma se i monumenti viventi della canzone d'autore hanno mancato il bersaglio, per fortuna nomi più recenti permettono un valido ricambio generazionale.
DAVIDE VAN DE SFROOS ha prodotto quello che da lui aspettavo da tempo, specie dopo il mezzo passo falso di "Akuadulza": un capolavoro. "Pica" è un disco da 10+, grande folk-blues padano con ottimi testi in dialetto. E' davvero l'unico cantautore folk che abbiamo, nel vero senso della parola di "raccontare il popolo". Di conseguenza lo considero uno dei pochi cantautori "veramente" di sinistra, nel significato più nobile di questa parola così svilita. La Lega ne vuole fare un proprio simbolo, dimostrando se non altro ottimi gusti musicali, se pensiamo che sono alleati a un amico di Apicella (per la cronaca: il vero cognome di Davide è Bernasconi...) Non so perchè, ma anche in questo (l'equivoco con Reagan che tentava di appropriarsene ai tempi di "Born in Usa") se c'è uno in Italia che mi ha sempre ricordato il mio vecchio eroe nonchè avatar Bruce è lui, altro che il Luciano da Correggio! Consiglio tutti quelli inorriditi da questo paragone di ascoltare "New Orleans" e la pianistica "40 pas", due ballate che sembrano scritte dal "Boss" più ispirato: si dovranno ricredere. Un album da salvare, non solo per l'anno appena concluso, ma per tutto il decennio.
E' ora il turno di altri due avvincenti autori che si barricano dietro a un nome di band. Mi sento di accomunarli perchè di entrambi preferisco di gran lunga i testi alla musica che accompagna le loro sghembe e intriganti litanie:
MAX COLLINI (OFFLAGA DISCO PAX), che ha scritto due emozionanti schegge di realtà degne di un Gaber postmoderno, altro che i soliti paragoni con Ferretti e Massimo Volume. La prima, "Sensibile", dedicato alla coppia di camerati Mambro-Fioravanti e ai finti (?) fascisti Disciplinatha, la band bolognese industrial punk di fine 80-inizio 90. La seconda, "Lungimiranza" offre invece i ritratti, vent'anni fa circa, di due noti cantautori italiani, o meglio reggiani, in un incredibile ma vero "come eravamo". Sapreste riconoscerli? Spero di sì, ci conto, non deludetemi. Mandami al più presto la risposta esatta.
VASCO BRONDI (LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA). A tutti ricorda Rino Gaetano, a me no: troppo cupo e malinconico, senza la giocosa semplicità, la graffiante ironia e la rabbiosa allegria del calabrese. Il personaggio non lascia indifferenti, ma come avviene per il suo produttore Giorgio Canali, e in genere per tutto ciò che "o si ama o si odia", non mi entusiasma. Poi, uno nato con un nome così che sembra un perfetto nome d'arte, perchè deve farsi chiamare come il più sfigato e pretenzioso dei gruppi prog italiani anni 70 mai esistiti? Ma dev'essere un vizio dei cantautori di questi "cazzo di anni zero" (per dirla col Brondi stesso) purtroppo assorbito dall'estero: gente che ha la fortuna di avere nomi talmente belli da non sembrare veri come Will Oldham, Sam Beam, Jason Molina, Conor Oberst, Bill Callahan e invece preferisce nascondersi dietro a pseudonimi uno più tremendo dell'altro (rispettivamente “Bonnie Prince Billy”, “Iron and Wine”, “Songs:Ohia”, “Bright eyes”, “Smog”).
Parlando di pseudonimi, o meglio di un vero proprio "alter ego": NIGHTWATCHMAN, nuova identità di Tom Morello. Sì, proprio il chitarrista dei Rage Against the Machine, già alla seconda prova solista con quel nome. Con questo alias continua a fare quello che nessuno che abbia amato la band si sarebbe aspettato da lui: suoni essenziali, asciutti, pacati, al limite dell'acustico, ma densi e intensi. E voce scabra e spettrale, l'opposto di quella da perenne comizio di Zakk De La Rocha. Qualche suono, effetto speciale e ospite vocale in più rispetto al debutto. Tutto sommato, in questa veste potrà piacere a quelli che come il sottoscritto non hanno mai amato più di tanto i RATM. Così come non mi è dispiaciuto affatto neppure il ritorno di DANIEL LANOIS, ma a differenza della sua tanto premiata e rinomata attività di produttore non se l'è filato proprio nessuno.
Se la vecchia guardia dei cantautori italiani ha deluso, non è stato così per i vecchi leoni del rock-blues inglese, veterani che si lasciano sempre ascoltare più che volentieri. A partire da quelle inossidabili pellacce degli STONES dal vivo, immortalati anche dalla cinepresa di Scorsese, col contributo di ospiti purosangue come Buddy Guy. Bel ritorno anche di STEVIE WINWOOD (una delle mie voci preferite di sempre) "with a little help from his (old) friend" Eric Clapton. Insieme hanno confezionato uno dei più bei pezzi dell'anno, confermando due cose: la buona vena del primo, che si è lasciato alle spalle i decenni più "easy" e mainstream pop, e lo status del secondo, che dovrebbe dedicarsi solo a duetti e ospitate dove far brillare la sempre ruggente chitarra, e lasciar perdere la carriera solista ormai preda di cadute di tono inammissibili.
BON IVER (all'anagrafe Justin Vernon) e RYAN BINGHAM (una volta tanto, uno che usa il proprio nome e cognome): ovvero, parafrasando De Gregori, "la leva cantautorale americana della classe 1981". Per la verità i loro due dischi sono usciti alla fine del 2007, ma in Europa sono arrivati solo nel 2008. "Baroque-pop-harmonic-jam" alla Fleet Foxes il primo, più roots che mai sulla scia dei Maestri il secondo, ma entrambi campioni nei rispettivi generi.
Quelli che non ti sorprendono più, e perciò rischi di dimenticarli: BLACK CROWES (reunion), CAT POWER (cover album), CALEXICO, LAMBCHOP, RAY LA MONTAIGNE e RYAN ADAMS (anche se mai più ai livelli dei Whiskeytown o dei suoi primi due lavori solisti). Ancor giovani ma già solide istituzioni, una più "Americana" dell'altra. Tutti in qualche modo degni figli, figliastri o nipotini del vecchio BOB DYLAN, tornato sul mercato non con un disco nuovo ma con le sue irresistibili Bootleg Series, arrivate a quota 8. Il suo vecchio amico Tom Petty ha effettuato una sorta di doppio ritorno alle origini, recuperando due cose una più sorprendenti dell'altra: il nome della sua primissima band MUDCRUTCH e un suono vitale, byrdsiano e psichedelico nel miglior senso della parola, con un pezzo che vale da solo l'intero disco, se non una carriera, la lunga, sofferta, monumentale "Crystal river".
A volte migliorano, nonostante le cattive compagnie (il solito Antony...) : JOAN AS POLICE WOMAN, che ha seguito la strada tracciata dalla mia amata "Gatta" Chan, e si è fatta trascinare dalla sua corrente di neo-tradizionalismo, scoprendo una vena meno indie e più classic, meno lo-fi e più soft, con meno chitarre inutili e più pianoforte (ottimo), tra l'Elton John e la Joni Mitchell dei primissimi 70 (quindi i migliori). La soddisfazione più sorprendente dell'annata: prima d'ora non la sopportavo minimamente, non è mai troppo presto per cambiare idea.
Chiudo con il segreto meglio custodito degli ultimi anni: SEASICK STEVE, blues-folksinger bianco, hobo ruvido e senza fronzoli, voce, chitarra e "foot percussion". Si autodefinisce "song and dance man", si è materializzato con amici così lontani e così vicini (a lui e tra loro) come Nick Cave e KT Tunstall (ai cori in una versione scarna e magnetica della sempre splendida "The letter" dei Box Tops). E' uno di quei personaggi che riconciliano con la musica, la vita, il mondo. Anche uno della classe di ferro 1941 (la stessa di Bobby Zimmermann) può essere, a modo suo, la rivelazione dell'anno.
Tenendo conto che di solito ci metto 1-2 anni a determinare i dischi migliori di un anno e che detesto le classifiche di merito, ecco in ordine sparso alcune considerazioni sui dischi pubblicati nel 2008. La quantità di materiale m'impone di ridurre le valutazioni ai minimi termini, essenziali e stringate il più possibile, e di raccontarle "a puntate". Ecco la prima parte:
VINICIO ha fatto meglio del precedente, per me abbastanza ostico a parte alcune magistrali ballate, ma dopo i primi 5, per me tutti capolavori, e la vetta per ora insuperata del riassunto delle musiche europee reali e possibili della prima metà del '900 di Canzoni a manovella (2000) ha confermato di aver cambiato rotta. Non ho problemi ad ammettere che, pur mantenendo immutata la massima istintiva simpatia per l'uomo e stima per l'Artista, ora faccio un pò fatica a seguirlo.
ELIO E LE STORIE TESE hanno aggiunto alcuni pezzi alla rosa dei superclassici, da Meglio del nostro Meglio, ma come sempre hanno un pò "strafatto". D'altronde agli "ELII" non si può certo chiedere il senso della misura, ma il gusto dell'eccesso, del "tutto troppo" li ha spesso travolti, dando spesso una spiacevole sensazione di umorismo artefatto e "costruito a tavolino", non genuino e spontaneo.
Dunque il loro exploit dell'anno risiede tutto nelle loro performances sanremesi in cui al Dopofestival rileggevano "alla loro maniera" (ovvero de-costruivano e ri-costruivano, smontavano poi rielaboravano) i pezzi in gara, spesso unendoli ad altri brani in una sorta di fantasmagorico Frankenstein delle 7 note. Viene la voglia di chiedere loro di dedicarsi più a questo che ai loro dischi: in questa veste sono stati preferibili, con alcune esibizioni davvero da mandare a futura memoria, gemme di intelligenza, cattiveria, cinismo come demolizione dell'ovvio, musicale e non.
KAISER CHIEFS, KILLERS e FRANZ FERDINAND se non ci fossero non sentirei il bisogno di inventarli: imitano e si ispirano a gente degli '80 che già non mi piaceva molto, per cui... Invece dei BAUSTELLE che sembrano piacere un pò a tutti incondizionatamente salvo solo la "mitica" Rachele, ma per motivi strettamente non musicali! Sto cominciando a formulare un'ipotesi attendibile e credibile in materia: dire di ascoltarli, anche se magari distrattamente e conoscendo "solo alcune canzoni, quelle più famose e belle" (sic!) rappresenta un segno distintivo, uno status-symbol che significa elevarti in un'elitaria "intellighenzia", quasi una superiore "razza eletta" musicale. E solo a scrivere e pensare queste due parole ho già i brividi lungo la schiena. I 5 toscani si aggiungono perciò a una categoria che vanta come rappresentanti "per antonomasia" Radiohead, Cure e (per l'Italia) Battiato. Ovvero: non ce l'ho con loro, ma con molti loro fan (stessa cosa che mi accade con l'attuale Vasco, per altri e opposti motivi)
Reparto "mostri sacri" (o ex?): NICK CAVE se l'è cavata col suo disco più riuscito dai tempi dell'inarrivabile Boatman's call (1997, per me il suo vero capolavoro), e naturalmente la critica lo ha stroncato e spernacchiato come non ha mai fatto in vita sua, anche quando avrebbe potuto (o dovuto), Grinderman compresi. Ma non è colpa sua...
REM: mi limiterò a dire solo che se "Accelerate" è il loro meglio (io direi "meno peggio") degli ultimi 10 anni, come si sono tutti messi d'accordo a dire, è solo per demeriti dei loro altri lavori immediatamente precedenti, non certo per merito di questo. Ho letto persino cose come "quarto/quinto in assoluto della loro discografia"... non scherziamo, please.
A volte ritornano (sorpresa!): i VERVE non l'avrei mai detto ma mi hanno convinto (a parte l'orribile singolo dance!), CURE e OASIS non li ho mai troppo amati nei loro anni giovanili, (vedere spiegazioni al post precedente) figuriamoci adesso.
I PORTISHEAD che mi piacevano tanto al loro esordio (Dummy, 1994), in questo nuovo stile troppo dark mi angosciano. TRICKY è un altro dei grandi bluff mondiali dei tempi moderni, dovrei aggiungerlo alla lista, una specie di Moby nero e peggiore. Mi fa piacere che pure la critica se ne sia accorta finalmente. Gli servivano 12 anni però?!
Billy Corgan e le sue zucche (SMASHING PUMPKINS) premio al ritorno più inutile e dannoso, perchè nulla aggiunge semmai anzi toglie, (QUEEN + PAUL RODGERS a parte) e per giunta è pure passato inosservato.
GRACE JONES è stata decisamente il comeback più inaspettato (se escludiamo i GUNS sui quali mi sono già più che ampiamente espresso), anche come qualità. Male l'ennesima "prova di riscatto" degli "spietati", inesorabili METALLICA, manco Rick Rubin li può aiutare ormai. Staccate la spina, e non nel senso di Unplugged (anche se potrebbe essere l'unica soluzione praticabile).
In tema di "vecchie glorie", ho dato un caloroso bentornato agli eterni e (spero!) immortali AC/DC, i miei carissimi "Accadacca", quanto mi sono mancati in questi 8 lunghi anni di assenza dalle scene: antitesi musicale del concetto di "modernità" e miei idoli da sempre, proprio perchè "il vero punk" contro quello che per tutti è il punk, e l'ideale di "Rocker" contro il "Mod"-ernismo a tutti i costi.
Nuove leve: i DATSUNS in realtà sono in giro da 6-7 anni, l'esordio omonimo mi ha fatto impazzire, un impossibile incrocio perfetto di Stooges e Deep Purple, poi dal disco dopo l'ex Zeppelin John Paul Jones, per il resto produttore irreprensibile dal tocco magico (chiedere ai Rem, Automatic for the people è opera sua) li ha troppo "ripuliti" e per me non si sono più ripresi.
KINGS OF LEON altrettanto, il debutto del 2003 mi fulminò, poi per me non han più ripetuto quei livelli eccelsi.
Non mi sono sfuggiti i FLEET FOXES e VAMPIRE WEEKEND, le due vere belle novità per me dell'anno. Consiglio da amico: andateli a recuperare, anche se forse non sono il "vostro genere" (...ma che genere fanno poi?!), ma certo interessanti. Vale la pena non perderli di vista. Anche se i primi potevano evitare di citare l'immenso Clint Eastwood come esempio negativo di cinema "pianificato a tavolino per vincere l'Oscar". Scherzate coi fanti, ma lasciate stare uno dei più grandi cineasti ancora in vita. Posso interpretarla come una boutade dovuta all'arrembante e sfrontata incoscienza giovanile... però attenti ragazzi: io perdona, Clint no! Anyway, due nomi da tenere d'occhio, anche se potranno deludere come spesso fa chi parte così bene, almeno con me. Sarà l'effetto dell'inevitabile paragone con l'imprinting...
Riscoperta dell'anno: i "dischi di PANELLA" con Enzo Carella e Pappalardo (considero Pasquale il vero autore di un unico progetto, di cui i vari cantanti sono a turno interpreti e collaboratori) nei quali usava pseudonimi come Vanera e metteva a punto il suo tipico stile. Più che altro mi hanno spinto a riascoltare per l'ennesima volta "DON GIOVANNI", il primo disco di BATTISTI con i testi dell'autore romano. E l'ho riamato ancora una volta, incondizionatamente, come sempre lasciandomi a chiedere perchè quei due non hanno continuato così, su quei livelli assoluti di grazia, leggerezza e purezza. Mah...
(E non finisce qui! Arrivederci alla prossima puntata...)
... non è il terzo, discusso e controverso, album di Ligabue, quello invece al contrario sottovalutato. Ma è la mia risposta al primo commento di questo blog, ricevuto per il post qua sotto. Spero che non rimanga l'unico episodio isolato, che non sia l'ultimo ma l'inizio di una lunga serie.
Beh, Bob, che ti aspettavi? Sai che ho delle idee molto "tranchant" e discutibili, e perciò a volte molto controcorrente, ma mai per partito preso. E che amo la polemica sana e rock'n'roll tra amici, come ho sempre fatto da Rudi finora. Odio gli anticonformisti di mestiere, che "lo fanno apposta" per darsi un'aria; la mia non è una posa, sono i miei gusti e basta. Semplicemente ci sono cose che non ascolto volentieri. Altre che invece mi piacciono, ma mi sembra che non abbiano il valore storico che viene loro riconosciuto da tutti. Senza nessuna presunzione di aver "ragione" o "torto". Qui siamo nel regno del soggettivo, e il bello è proprio questo. Mi andava però di aggiungere alcune precisazioni:
Beach Boys: boh, a me piace da matti la surf music strumentale (Cramps, Link Wray, ecc.) ma loro no. Pet sounds mi provoca solo un enorme senso di colpa per non riuscire a capirlo, o ad amarlo, ci ho pure provato ma niente, non funziona, stessa cosa identica per Ok computer delle Radioteste. Poi, sul rifare le loro cose, mi sono forse spiegato male. Accetto meglio il "Wall of sound" di Phil Spector, che viene spesso confuso col loro stile da orecchi distratti. Infatti cos'è "Born to run" se non un omaggio a questo, e il pum-pu-pum-clap finale di Thunder road preso pari pari da Be my baby delle Ronettes? Attenzione: Brian Wilson lo considero un genio sì, ma degli arrangiamenti, non della composizione. E, cito a caso, "Girls in summer clothes" di Bruce e "All the way to Reno" dei Rem riflettono tutta quell'innegabile influenza e quell'inimitabile sapiente "mood" periodo Pet sounds, ma messa al servizio di un songwriting di livello immensamente superiore. Almeno per me, ma questo ormai penso sia chiaro e non lo ripeto più, altrimenti dovrei ribadirlo a ogni frase.
Poi non sopporto quei coretti vocali, quelle linee melodiche le immagino cantate dalle soli grandiose voci singole del Boss, o di Stipe, e sto subito meglio. Per non parlare del primo periodo, quello di Cars fun & girls, dove per me gli arrangiamenti sono fastidiosi, e infatti Brian per diventare il genio comunemente inteso dovrà cambiare marcia verso una strada più "colta" e meno "easy", un pò la stessa cosa dei Beatles. Altri corregionali del decennio dopo come i Van Halen di "Dance the night away" e i Fleetwood Mac di "Rumours" hanno imparato la lezione evitando gli altrui errori. E "California girls", uno dei loro manifesti, beh, personalmente preferisco di gran lunga la cover di David Lee Roth, per me non c'è confronto. Mi esalta, è pura epica del kitsch, la sua voce e l'arrangiamento distruggono quelli dell'originale. Quindi concludo che per me i BB sono una sorta di "coperta corta", all'inizio avevano il pane (leggi melodie pop) ma non i denti (degni arrangiamenti), e dopo, l'esatto contrario.
Capitolo Clash: London calling è indiscutibile, così come Sandinista. Il problema è come essi vengono percepiti, descritti e presentati. Sono stati forse la prima band di crossover, insieme ai Talking Heads che però erano più "intellettuali" e meno "popolari". Quello è un gran bel disco pop, paragonabile a Sgt.Pepper, semmai. Ma sentire che ancora adesso vige l'equivoco "Se non ti piacciono i Clash non ti piace il rn'r", frase di quella Caroline Coon che più che altro di tutta la loro arte ha amato Paul Simonon, mi fa solo ridere e scuotere la testa. E' una questione di chiarezza e di giustizia storica, non è revisionismo ma ristabilire la realtà. E' come la leggenda, dura a morire, e perpetuata in eterno dalla notte dei tempi, di Patti Smith "sacerdotessa del Punk". Ma Punk de che? Quella era una vecchia fricchettona già allora?! E personalmente la preferisco a quasi tutto il punk, con cui non c'entra niente. Lei è punk come Bruce, i Dire Straits, i Cheap Trick, Tom Petty, Mink de Ville... Se lo è lei devono essere catalogati così tutti costoro, ma nessuno si sognerebbe mai di farlo, oggi nel 2008 (quasi 2009 ormai.) 30 anni fa all'epoca il discorso era diverso, e infatti, Boss escluso, ho citato tutti nomi caduti in questo misterioso tranello della critica musicale. Cosa analoga avviene proprio con la band di Strummer, Jones e soci. Perchè mai devono essere messi nella stessa barca degli Stones se hanno molto più in comune coi Beatles?
A parte che devo ancora sentire un loro live suonato in maniera appena decente, una cosa è certa. Di me tutto si può dire tranne che non mi piaccia il rn'r. E so riconoscere cos'è e cosa non è. Quando penso al rn'r io intendo cose anche diversissime tra loro, tutte però figlie del vecchio Chuck (Berry) come gli Stones, i Creedence, Bruce, Bob Seger, Aerosmith, Kiss, Ac/dc, Replacements, Guns N'Roses, Black Crowes, Jon Spencer Blues Explosion, Demolition Doll Rods, Detroit Cobras, Dirtbombs, Black Lips, Darkness! I Clash non sono rn'r, così come per me non lo sono gli Stooges, alla faccia di chi considera Fun house l'epitome massima di questo genere. Niente da fare, troppo "arty" per esserlo. Poi, a me piacciono tante cose tanto belle quanto distanti dal rock'n'roll, dai Genesis all'ambient di Brian Eno, dal jazz a Gabriel solista, da David Sylvian a Fossati a Gaber (che però nasce rocker!). Il punto è che tutti questi non hanno la pretesa di esserlo. Guarda, se dovessi scegliere un disco dalla loro intera discografia sarei indeciso tra Give'em enough rope (guarda caso il più sottovalutato e insieme il più "rn'r"!) e l'antologia Super Black Market Clash. E alla fine opterei per quest'ultima, dove sono rappresentati al meglio tutti i loro aspetti e le loro "facce", con brani erroneamente considerati "minori" (non certo da me!) che però brillano di luce propria. Con un fuoco insospettabile che me li fa preferire ai loro più celebri successi, fin troppo inflazionati e ascoltati. (e non è certo colpa loro, il successo non è una colpa, nè un difetto, così come l'essere rn'r o no, ovvio)
Sui Beatles non può che essere come dici tu: il discorso sarebbe fin troppo lungo. E infatti lo lascio tutto a post futuri... Su Antony tranquillo, non ci saranno post futuri, averlo nominato qui per me è anche troppo, il tuo matrimonio è salvo. Così puoi far leggere pure alla tua signora questo blog. Problema risolto.
... e soprattutto la cosa che succede (e mi irrita) di più, osannati ormai all'unanimità e acriticamente (il solito Scaruffi a parte) anche da gente digiuna di musica, quasi "per partito preso", il che mi fa dubitare delle loro qualità . Ce n'è un pò per tutti i gusti, mi limito a elencare gli artisti che personalmente considero apprezzati più del loro reale valore (sopravvalutati) o per i motivi sbagliati (fraintesi) senza nessun ordine nè divisione per "generi" dello sconfinato mondo del pop-rock:
I SOPRAVVALUTATI. Un trio da "podio ex aequo" intercambiabile, poi tutto il resto non in ordine di merito:
RED HOT CHILI PEPPERS: forse va a loro la palma dei campioni di abbaglio collettivo universale, alcune canzoni molto efficaci e due buoni album (Mother's Milk e Bloodsugarsexmagik) . Asettici, ripetitivi, a cominciare da una delle voci più monotone della storia. A parità di provenienza (L.A.) e di formazione (la stessa: un "power-trio" di formidabili strumentisti con un frontman atletico, cialtronesco, facciadasberle), mille volte più vari nella composizione e nell'arrangiamento i Van Halen, band che andrebbe rivalutata (non i Van Hagar però!)
LENNY KRAVITZ: All'esordio (Let love rule, 1990) c'era chi gridava al miracolo, ma subito dopo è scivolato progressivamente in una mediocrità insostenibile, disco dopo disco. Nello sforzo di copiare a piene mani un pò da tutti i suoi santi protettori (Prince, Hendrix, Lennon, Jagger, Sly Stone) ha mescolato male i vari ingredienti, non solo musicalmente ma nel look di tamarro post-moderno. La (peraltro aurea...) mediocrità regna sovrana;
OASIS: la fiera della banalità in musica. Dignitosissimi, per carità, ma continuo a pensare che senza di loro la storia del rock non avrebbe perso niente, forse sarebbe addirittura migliore;
CURE: a parte alcuni singoletti pop, per niente dark, efficaci e ben riusciti, e l'ottimo album d'esordio ;
DEPECHE MODE, tranne l'album "Violator", apice e insieme spartiacque di una carriera, unico disco da prendere in blocco completamente di una band da singoli. Del fatto che si siano "U2izzati" proprio quando gli U2 si stavano "Depechemodeizzando" in un bizzarro e forse unico caso di osmosi tra due band inizialmente (1980) contrapposte non saprei proprio a chi attribuire la responsabilità. Forse a un certo signore, produttore dei 3 nomi successivi, che dietro alla consolle incrociò le strade dei 4 di Dublino e del "Bowie berlinese", inconsapevole (?) progenitore del technopop di cui i DM furono gli alfieri;
DAVID BOWIE dal 1977 (compreso, visto che la musica è quasi tutta farina del sacco di Brian Eno, erroneamente attribuita al Duca Bianco, la cui abilità indiscussa è sempre stata quella di sfruttare intuizioni e invenzioni di altri, da Marc Bolan ai Kraftwerk, ricavandone sempre incomparabili fortune commerciali rispetto ad essi) in poi;
DEVO, tranne l'esordio, prodotto non a caso da un certo Eno, quando si dice la coincidenza!;
COLDPLAY : eccitanti come la camomilla, il valium e il tavor insieme, a prova di Eno in persona: qui neanche Brian Re Mida ha potuto il miracolo ed evitato il letargo, ma poveretto, era una "mission impossible";
MOBY : incluso il successone Play, il più grande bluff dell'elettronica dei tempi moderni, vale un Tricky qualsiasi, e ho detto tutto. Ora tutti han sgamato la supercazzola, ma intanto i miliardi li ha fregati;
WHITE STRIPES , meriterebbero seri e approfonditi studi sociologici per spiegare come un mediocre pezzo indie-alternative possa diventare un tormentone di massa pure calcistico...mondiale!;
ANTONY & THE JOHNSONS , per arrivare ai tempi più recenti: un insopportabile e micidiale mix tra la peggior Bjork, Platinette e Ollio, che però fa tanto 'arty', ed è riuscito pure a ingannare quel vecchio marpione di Lou Reed!
I FRAINTESI: i soli 4 "Intoccabili" del pop-rock, 4 grandi nomi che nessuno osa discutere. Non lo trovo giusto per un innato concetto di equità. Nessuno è perfetto, quindi esente da critiche, colpe e difetti, neanche queste 4 grandi bands di cui non posso non riconoscere l'innegabile qualità e importanza:
RADIOHEAD (tranne The bends, per me l'unico loro disco davvero nello spirito dei Talk Talk seconda maniera). Non ce l'ho con loro, ma detesto il principio, ormai troppo comunemente diffuso, che se sei un loro fan sei automaticamente "una persona intelligente, raffinata, colta e sensibile", mentre se ascolti, che ne so, Bruce sei un filoyankee antiquato superato e anche un pò bovaro e cafone: niente di più pericoloso, razzista, fintamente anticonformista e, quindi, in realtà ultraconformista! Poi se dopo i continui paragoni di riferimento la gente avesse comprato e ascoltato al loro posto i Talk Talk (per me superiori a loro su tutti i campi, di "canzonettari pop colti" e di "autori raffinati" dopo la svolta sperimentale post-1986) sarebbe stato meglio per tutti;
BEATLES del periodo 1962-66 (cosiddetta antologia doppia rossa), ebbene sì, per me davvero inspiegabile la nascita del loro mito. Li trovo uguali a tanti altri gruppi inglesi beat del periodo col nome preceduto dal "The" dimenticati nel tempo, niente di più nè di meno. Li giustifica la seconda metà della loro carriera, da Revolver in poi;
CLASH, grandissimi e da me molto amati, ma darei loro il premio ai "più fraintesi" della storia. Nessuno li ricorda mai per quello che sono stati veramente: un ottimo gruppo pop con due compositori da studio di tipica scuola inglese, la stessa che generò XTC, Elvis Costello, Jam, Prefab Sprout, in questo molto simili per me ai Beatles. Nonchè gli inventori del "Crossover" 12 anni prima della diffusione di questa parola in ambito musicale, ma scambiati da tutti per un nome di "puro rock" da "live" come Springsteen, Stones o U2. Curioso come sia i Beatles che i Clash, attraverso il volume e l'energia, cercassero di trasformare il Pop Maiuscolo dei loro pezzi in Rock. Non voglio sminuirli, ma tentare di restituirli al loro ruolo naturale;
BEACH BOYS: da notare che a tutti quelli che fanno un pezzo "nel loro stile" da Bruce ai Ramones, dai Van Halen ai Rem, riesce di gran lunga migliore che a loro stessi!;
Chiarisco una volta per tutte: nessuno di questi è per me inascoltabile, tutt'altro (beh, tranne il "povero" Antony!). Di alcuni possiedo molti dischi, di altri ho ascoltato la discografia completa, dei Clash la possiedo, e la consiglio pure. Non è una lista dei "peggiori" di sempre, ma dei "più sopravvalutati", beninteso. E' ovvio che c'è di Peggio (cit.) Cioè: sempre meglio ognuno di questi di Gigi D’Alessio, Anna Tatangelo o Laura Pausini (aarrgghh!!)... beh, su Antony ho qualche dubbio.
Un mio piccolo gentile omaggio (youtube è un pozzo magico dei desideri!) da vedere e rivedere con calma. Una cosa che per me ha un valore affettivo storico simbolico inestimabile.
http://it.youtube.com/watch?v=Di-pLCBY6WE&feature=related
Il perchè è presto detto: è il primissimo ricordo che nella mia vita ho del Boss, la prima indimenticabile volta che ho visto in azione l'ex-futuro e già presente del rn'r nell'ormai leggendario programma "Mr.Fantasy"(!) Lo chiamavano ancora "Jersey Devil" e non Boss, doveva essere il 1981, o l'82, avevo quindi 5-6 anni. A un certo punto mandarono un live della notte in cui compì 30 anni (23-09-1979!) sul palco, festeggiò cantando Quarter to three di Gary US Bonds... zompava come un cavallo, sudava come un porco, sembrava un invasato, spiritato, posseduto dal rock'n'roll! Una performance sopra le righe, teatrale direi quasi, coinvolgente e sconvolgente oltre ogni limite. Ricordo ancora i sottotitoli in italiano, quando urlava rivolto al pubblico, quasi stremato "non ne posso più!.... non ce la faccio più andare avanti così.... ho 30 anni.... il mio cuore sta per cedere!!!" poi riattaccava, più carico di prima. Per quello che potevo capire del mondo e della vita la visione di quel tipo fu una rivelazione, e scattò subito la scintilla a prima vista per questo ancora ragazzo di Freehold con la Fender gialla e nera ancora smilzo, con ciuffo, basettoni e "faccia da italiano", che al termine del pezzo si dichiarava "prigioniero del rock'n'roll". Se non l'avete mai visto questa performance, godetevelo fino in fondo. Se l'avevate già vista... fatelo lo stesso! Non stanca mai!
Lo stesso anno vidi (su Bim Bum Bam!) il video di Atlantic City, non c'era lui, ma la statua della Libertà, pensa che per un pò credevo che fosse in quella città!... ignorante per colpa del Boss! Poi ricordo il boom! Da una fama "normale" al trionfo planetario, ero piccolo ma l'ho vissuto! Dall'estate 84 col video di Dancing in the dark fu un'incessante campagna d'assalto, e Born in Usa ovunque in quei 2 anni...fino all'evento! SanSiro 1985!...ero bimbo ma avrei tanto voluto esserci! e sentivo i mitici racconti esaltati dei grandi che "c'erano"...
"Growin' up" (sempre per citare un suo pezzo), ci fu la mia lunga 'sbandata' hard rock, che mi allontanò da lui e da quell'idea di rock, poi arrivò il "terremoto" grunge, che mi fece ascoltare e "capire" punk e wave, senza mai convincermi del tutto. Poi in quanto a "suicidarsi da fenomeni" Cobain non è certo stato da meno di Ian Curtis, lasciando quel biglietto con la frase di Neil Young... ricordo che molti che non lo conoscevano l'hanno mitizzato dopo la morte e si innamorarono di quel nuovo ennesimo eroe maledetto bello e dannato morto giovane (di cui per me il mondo non aveva e non ha alcun bisogno)... al contrario per me è stata la goccia finale, la spinta che mi ci voleva per staccarmi da quella scena, avevo voglia di qualcosa di più positivo, di altri suoni, anche più vecchi, fuori moda (perchè senza tempo!), ripescati dal passato, vissuti in "differita" e non più contemporanei, ma più "miei".
E quel "qualcosa" che cercavo arrivò presto. Proprio quell'estate dei miei 18 anni ho finalmente "sentito" Born to run l'album (fino allora l'avevo solo "ascoltato", è molto diverso) che mi registrò su cassetta Paolo, un amico dedito a un sound più tradizionalista rispetto ai miei di allora, e nulla è più stato come prima... folgorato sulla E-Street! Da lì in poi, ho ricominciato ad amare il "Classic Rock" e il Grande Romanzo Americano, per sempre, da qui all'eternità, forever and ever (amen!), insieme a tanti altri generi musicali che non c'entrano niente. Ancora adesso però devo ringraziare per quell'epifania dell'estate 1994 (una delle mie "svolte musicali" fondamentali) Bruce... e anche Paolo, of course!
Sono diventato un rockettaro anni 70 nella mia più tenera infanzia, nel bel mezzo degli 80 da puro autodidatta (vabbè, con l'aiuto del cuginone ma voglio dire che i genitori non c'entravano niente!).
Spazio libero a note varie ed eventuali di vita vissuta (la mia!):
1) Il primo cantante di cui ho il ricordo è il Lucio Dalla con coppoletta e barbone da extraparlamentare, 1978-79, "L'anno che verrà" una delle prime canzoni che ricordo, la facevano cantare pure all'asilo, incredibile visti gli argomenti. Mi stava subito simpatico: brutto, sporco, selvatico, boschivo, con quello "scat" jazzistico che a me parevano gargarismi di un ubriaco. Sembrava uscito da un tombino. Lo ricordo pure in canottiera, mutande e zoccoli alle prese con uno sguaiato assolo di sax. Mi faceva morire dal ridere, poteva essere un vicino di casa, un conoscente, uno zio pazzoide; la sua band di allora (i futuri Stadio + Ron) sembravano i ragazzi della porta accanto, gli amici di mio cugino, con quelle facce da bambini malcresciuti. Non capivo come mai la loro musica mi piaceva molto meno di quella di Dalla, di cui erano i musicisti. Però mi erano istintivamente molto simpatici, e capivo che, a differenza di tanti altri, questi almeno sapevano suonare.
2) a 4 anni (1980!) vidi le foto dei Kiss su Topolino, senza averli mai sentiti suonare e mi fecero paura. Il terzo incubo d'infanzia, dopo Megaloman e Renato Zero (quest'ultimo un trauma ancora adesso!) Due anni dopo andarono ospiti a Sanremo e Discoring, tastando il sedere all'intervistatrice per tutto il tempo (tanto non si vedeva!) Non mi dispiacque. (il pezzo, intendo! l'album era "Creatures of the night", per la cronaca)
3) a 6 anni vidi il primissimo video musicale che ricordo, su Bim Bum Bam, presentato da un nasuto brufoloso romano semibalbuziente, ancora senza occhiali ma già saccente e rompiballe: era "Atlantic City" di un certo Bruce Springsteen che venne descritto dal Paolino come uno dei tanti "nuovi Dylan", che ricordava alla lontana l'originale, senza mai lontanamente minimamente avvicinarsi... Io che Dylan non sapevo manco chi fosse, e nel video (in bianco e nero) non vidi la faccia di questo presunto "emulo/epigono", ero attratto da questa voce incisiva, dura e romantica insieme, dalla forza evocativa di quelle scarne immagini. Tra le quali figurava la statua della libertà. Io per anni ho creduto che fosse, appunto, ad Atlantic City. Adesso sapete a chi dare la colpa. Poi la vidi campeggiare in copertina dell'album di Gianna Nannini "California" e urlai "Eureka! Adesso so dov'è realmente: in California!"... Beata ignoranza infantile!
4) Nel frattempo su Topolino (che all'epoca aveva una pagina di critica rock da urlo!) e in tv (Mr.Fantasy, Popcorn, Concertone, ecc.) scoprii quelli che diventarono i miei eroi. Stones, Ac/dc, Police, Peter Gabriel (che nel video di Shock the monkey mi pareva truccato da Kiss!), Dire Straits (l'indimenticabile performance di "Tunnel of love", ospiti a Sanremo 1981, in playback ma io non lo sapevo, non me ne accorsi e poco me ne importava: il pezzo è eccitante ancora come allora!), U2, Bowie, Van Halen! Inutile dire che poi ho avuti tanti altri idoli, ma la roba che ho conosciuto di questi allora la amo ancora e per sempre, eccezion fatta per quasi tutto il Bowie post-77.
5) Alle medie diventai quasi all'improvviso (e imprevisto!) un "metallaro", con una particolare predilezione per il vecchio hard tradizionale, quindi sotto con Aerosmith, Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, Whitesnake, Guns n'Roses, Iron Maiden... e pure i Kiss, che nel frattempo si erano struccati e non mi facevano più paura! Le ultime due band menzionate le vidi dal vivo al Monsters of Rock nella mia Modena, Festa dell'Unità 1988. Vent'anni secchi son passati. Eppure sembra ieri, eppure sembra un secolo fa.
Questa invece è una lista di canzoni che mi sono piaciute, stavolta senza limiti di quantità, tutte quelle che ho amato di più, fino a 2-3 righe di lunghezza per i miei artisti preferiti. Diverse di queste fanno parte del mio passato di ascoltatore (l'hard&heavy dell'adolescenza, gli italiani dell'infanzia), ma sono tutte canzoni che ho amato. L'elenco vuole quindi avere un valore più "affettivo" che qualitativo. Enjoy!
Ne avevo 15 quando uscì Use your illusion. Per le mie orecchie di allora, orientate al grunge-crossover-punk-hardcore, fu una sciagura: quelle ballatone infinite mi sembravano Elton John, il che è tutto dire. Adesso ho rivalutato entrambi, sia il disco, che non mi dispiace ogni tanto (ma non quei due lentoni, per me ancora oggi fastidiosi e stucchevoli) sia Il Tonno Giovanni, ma allora per me erano l'antimusica. Certo che mai prima (e dopo, per fortuna!) si erano usate così tante facciate di album per così poco da dire. E' innegabile che per farlo ci vogliono due cose, e in quantità industriale: talento e faccia da schiaffi. Ancora oggi, non saprei dire quale delle due i Guns avessero di più.
Ora ho 32 anni, e se avessi scommesso qualsiasi cifra dei miei pochissimi soldi sull'uscita di Chinese democracy, l'avrei persa. Quel vecchio stronzone di Axl ce l'ha fatta. Ma non mi ha fregato su una cosa su cui avrei vinto somme miliardarie: è per me inascoltabile. Tranne un unico pezzo, stavolta una ballad (lui non è cambiato, mi sa che sono cambiato io, o forse il mondo!): "Sorry". Titolo adattissimo a esprimere le mie sensazioni sul lavoro. Mi dispiace, ma quei suoni non riesco a mandarli giù. Certo però che un campionamento di MLK (in "Madagascar", una specie di " 7 Seconds" coi chitarroni hard. Imbevibile!) è sorprendente, da un soggetto che fra le altre cose scrisse pure un manifesto della "white trash", razzista e omofobo come neanche Borghezio e Storace messi insieme ("One in a million", da Lies 1989). I casi sono due: il ragazzo ha davvero maturato negli anni una coscienza "politically correct" o è tutta una manovra per acquisire le simpatie dei fottuti "niggers" (come li chiamava in quella delicata poesia giovanile)? E come la mettiamo coi "faggots"? Poi c'è "Catcher in the rye", e si rimane... senza parole! Nel senso che a un certo punto è identica al pezzo di Vasco così intitolato. Ma visto che Slash ha suonato nell'ultimo del "vate"(r) di Zocca è la chiusura di un cerchio, i conti tornano alla fine. E "la somma che fa il totale" è che se proprio volete ascoltare i Queen beccatevi i Queen (quelli "veri", of course), non certo Axl Rose che fa i Queen (argh!). La stessa cosa vale per i Nine Inch Nails o Marilyn Manson o gli Stratovarius: a chi come me già non ama gli originali, figuriamoci un pò se possono piacere le loro imitazioni fatte dal rossiccio nato a Lafayette, Indiana. E se voglio il più grezzo, rozzo, selvaggio e sguaiato rn'r del pianeta, devo rivolgermi ancora a quei carissimi canguracci australioti, invecchiatissimi e proprio per questo sempre più uguali a se stessi, degli Ac/dc, questo sì un ritorno che mi ha riempito di gioia: più che un gruppo, un suono.